“La mia paura è la mia essenza, e probabilmente la parte migliore di me stesso.”
È il 1883: Franz Kafka nasce in una famiglia di origini ebraiche a Praga, la città dei tre popoli – ceco tedesco ed ebraico –, dei crudeli contrasti etnici e delle fascinose tradizioni magiche. È un ragazzo mingherlino e timido, sottomesso all’autorità di un padre severo e anaffettivo, che non smetterà mai di incutergli timore e contro cui non potrà aiutarlo la debolezza della madre.
Costretto dal padre a seguire una carriera lontana dai libri e dalla scrittura, Kafka si iscrive a giurisprudenza ma frequenta anche un circolo di giovani autori cechi, e tra questi conosce Max Brod, che diventerà suo caro amico ed esecutore testamentario. A differenza degli altri scrittori però, Kafka non sente alcuna necessità di pubblicare le sue opere (in vita farà darà alle stampe solo due raccolte di racconti), accettando passivamente un lavoro che trova noioso e snervante, l’assicuratore. Sono questi i due tormenti contro cui lotterà tutta la vita: la famiglia, un luogo fisico ed emotivo di castrazione, colpa e inadeguatezza, e il lavoro burocratico, una “tirannia senza tiranno”, un sistema ripetitivo e asettico in cui gli uomini sono soltanto ingranaggi. L’unica possibilità di espressione, ma non di salvezza né di redenzione, è la letteratura: la scrittura è la sua vocazione, la sua vera natura, la sua volontà ascetica, ma è anche l’attività che si scontra con la legge borghese e ebraica che prescrive al cittadino di fondare una famiglia, avere figli e vivere operosamente in mezzo alla comunità. Per questo la consacrazione alla letteratura è vissuta come un doppio sacrilegio, come un peccato di superbia, come una colpa che schiaccia l’individuo che dovrebbe tendere a tutt’altro stile di vita, secondo la legge borghese rappresentata dal padre e secondo la legge del Dio ebraico che promuove la necessità sociale del nucleo familiare.
Intrappolato nella morsa di una psiche tormentata, con una famiglia e un lavoro vissuti come gabbie da cui è impossibile uscire, Kafka non riesce ad avere una vita sentimentale serena e definita; a disagio con il proprio corpo e con un ideale di vita borghese da cui rifugge con persistenza, frequenta spesso bordelli e prostitute, provando però una vergogna che non lo abbandona.
Eppure nel 1923, undici mesi prima di morire in un sanatorio di Vienna, Kafka trova la forza di lasciare Praga e la casa di suo padre. Fino ad allora non era mai riuscito ad allontanarsi dai genitori e dalle sorelle, sempre dipendente da loro, sempre succube. Ma nel 1923, dopo aver ottenuto un pensionamento per ragioni di salute, incontra Dora, una maestra ebrea diciannovenne, la metà dei suoi anni. In precedenza era stato fidanzato con due ragazze ebree molto più convenzionali, fidanzamenti frenetici e angosciati, mandati a monte soprattutto per le sue paure: “Sono spiritualmente inadatto al matrimonio” scrive in una lunga lettera al padre, “il matrimonio mi è precluso perché si tratta dell’ambito più propriamente tuo. A volte mi figuro una carta della terra e tu sopra sdraiato di traverso. E allora ho la sensazione di poter considerare per la mia vita solo regioni che tu non ricopri o che sono fuori dalla tua portata. E in conformità all’idea che mi sono fatto della tua grandezza, queste non sono molte e non sono molto confortanti, e il matrimonio non è fra loro.”
È stata Dora o è stata la morte a indicare la nuova via? Si chiede Philip Roth in un saggio a lui dedicato. Forse l’una senza l’altra non avrebbe potuto essere. Kafka morente è deciso a sposarsi. Ma la morte imminente, che in Kafka ha risolto ogni contraddizione e incertezza, è anche l’ostacolo piazzato sulla sua strada dal padre della ragazza: la richiesta viene negata e Kafka accetta quel rifiuto, non si ribella, non lotta, con la sua solita assuefazione all’obbedienza e alla rinuncia. Ma Dora continuerà a prendersi cura dello scrittore malato con la stessa devozione e tenerezza riservata dalla sorella di Gregor Samsa al fratello, lo scarafaggio, e inconsolabile alla sua morte continuerà a mormorare affranta “amore mio, oh tu, così buono…”
L’opera di Franz Kafka, come scrive Alessandro Piperno, riesce a essere al contempo la più autobiografica e la meno autobiografica di tutte, perché i dilemmi dei suoi personaggi sono i suoi drammi personali, la materializzazione della sua lotta con la vita e con l’Altro, i suoi sensi di colpa, i suoi tormenti; ma sono anche i drammi dell’umanità, europea e novecentesca e il termine “kafkiano” è diventato ormai di uso comune, per definire con una sola parola quelle situazioni angosciose e indefinibili, grottesche e oniriche, in cui ogni individuo può incorrere nella vita. “Quest’uomo piccolo e fragile, privo di autostima e intrappolato nei meandri di una riflessione troppo fine, è a sua insaputa – e malgrado la propria volontà – uno dei più grandi interpreti del Novecento.”