“L’acchiappasogni” (Dream catcher) è il titolo della biografia che Margaret scrisse su J.D. Salinger, suo padre, lo scrittore più famoso e sfuggente d’America. Un’amica di famiglia commentò che era la cosa più triste che avesse mai letto. Non è stato facile per i due figli, Margaret e il fratello Matthew, avere un padre come lui, un padre per cui scrivere significava esorcizzare i suoi demoni, creare un universo tutto suo, l’unico che gli interessasse davvero, con personaggi che soddisfacevano le sue esigenze, verso cui era protettivo come fossero davvero i suoi figli, che indossava una tuta di cotone come fosse un’uniforme e si rintanava a scrivere in una casupola di legno nel giardino della loro casa e non usciva da lì per settimane, come un soldato che fa la sua guerra con la macchina da scrivere che ticchetta tutto il giorno. I suoi figli non potevano avvicinarsi, nessuno poteva disturbarlo.

“Bisogna scrivere di ciò che si conosce, altrimenti non c’è fuoco tra le parole” disse una volta.

Per tutta la vita Jerome David Salinger (nato nel 1919 in una ricca famiglia ebraica con origini europee) non ha fatto che questo: scrivere ciò che viveva e sentiva, trasfigurare ma non troppo i pensieri gli accadimenti e gli incontri, lottare – attraverso le parole prima e poi con il silenzio assoluto dopo – contro quello che più detestava, l’avidità, la carriera, l’ipocrisia in un’America che secondo lui aveva perso la sua vera anima, pervasa com’era di meschinità e apparenza. Tutto il suo mondo era finito tra le pagine del giovane Holden, un libro a suo modo sovversivo ma al tempo stesso intimo, diretto, in quelle pagine aveva messo a nudo la sua anima disse Tom Wolfe; una storia che gli diede una fama improvvisa e straordinaria, una sorta di bufera di notorietà a cui non era preparato e che lo fece fuggire e isolarsi nella sua casa a Cornish, un paese di mille e seicento anime nel New Hampshire.

In tanti hanno continuato a cercarlo per anni, a spiarlo, a cercare di incontrarlo e parlargli, non solo giornalisti e fotografi ma anche gente comune che aveva letto e riletto l’Holden prendendolo come uno specchio della propria vita, un riflesso dei propri disagi esistenziali; a quei pochi che, appostati vicino casa sua o davanti all’ufficio postale dove ritirava la posta, riuscivano a parlargli, lui rispondeva sempre “non sono un confidente o uno psicoterapeuta, scrivo storie, pongo interrogativi nei miei scritti ma non pretendo di avere risposte”, come a dire lasciatemi in pace. Non pubblicare più fu per lui una scelta voluta, consapevole, l’unica fonte di quiete. Ma non per questo smise di scrivere, tutti i giorni portava avanti la sua guerra privata nella sua casa nel bosco, metteva tra le pagine il suo mondo ideale; anche con le donne ebbe sempre questo tipo di rapporto, le donne della sua vita sono tutte proiezioni dei suoi desideri o dei personaggi che ha creato, una serie di donne molto giovani e poco con i piedi per terra, in qualche modo gestibili, influenzabili, che potevano essere come lui voleva.

La prima grande delusione sentimentale fu a vent’anni con la bella e colta figlia di O’Neil (l’unico drammaturgo americano a vincere un Nobel) che, senza avvisarlo, preferì sposare Charlie Chaplin che ne aveva ben trenta di più. Salinger lo lesse sui giornali e ne rimase umiliato e sconvolto, come racconta una sua amica. Per il resto della vita sarà perseguitato dai rapporti d’amore non vissuti fino in fondo, anche con la donna che gli diede due figli ci fu sempre una sorta di distanza perché il suo mondo era inattaccabile, il suo vero mondo era quello che riportava ogni giorno nelle pagine che scriveva in solitudine.

Salinger era un perfezionista, un ossessivo, uno stravagante, un solitario. La guerra fu il suo trauma più grande. Lì conobbe e diventò grande amico di Fitzgerald, grazie al quale abbiamo l’unica foto che ritrae Salinger mentre scrive il giovane Holden durante le pause dai combattimenti; la scrittura lo aiutò a sopravvivere ma tornò a casa con un forte esaurimento nervoso, un grande stress fisico e psicologico che trascinò con sé traumi indelebili per tutta la vita: persistente il ricordo di tutti quei morti, come quelli che vide ammassati uno sull’altro quando entrò in un campo di concentramento abbandonato. Gli sarà impossibile dimenticare l’odore dei corpi bruciati.

Lui voleva parlare solo attraverso le sue storie, non ha mai voluto partecipare a interviste televisive, a cocktail party o a serate mondane, tutto ciò che la gente doveva sapere di lui poteva leggerlo in Holden. Ma l’eccessiva fama e la deriva folle che quel libro prese nella mente di alcuni suoi fan più accaniti (come l’assassino di John Lennon che citò proprio quel romanzo durante l’interrogatorio) negli ultimi anni lo spinsero a pensare che forse scrivere Holden era stato un errore: era come se si chiedesse continuamente “perché non posso vivere in modo normale?”.

Per cercare di vivere nel modo che più sentiva suo, in solitudine, lui e le sue pagine, lasciò scritto che i suoi racconti dovessero essere pubblicati soltanto dopo la sua morte. E così sarà, come ci svela l’intenso e bellissimo documentario “Salinger – il mistero del giovane Holden”: i suoi racconti saranno pubblicati in un arco di tempo prestabilito che va dal 2015 al 2020.