“Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttar via tutto, e di nuovo ricominciare a lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell’anima”: è questa la citazione che meglio rappresenta la vita e l’opera di Tolstoj, perché al di là della complessità delle sue opere e della lunghezza della sua vita (morì a 80 anni), al di là delle fasi diverse e altalenanti, questa è la costante, una sorta di filo rosso che le attraversa: la volontà di portare avanti a tutti i costi il suo pensiero, le sue idee, le sue convinzioni, lottare per ciò in cui credeva; Tolstoj non aveva paura di nessuno ed era insofferente a qualsiasi forma di regola, dovere o imposizione, autorità della chiesa, dello stato o militare, detestava la fama, la ricchezza, la celebrità, non si trovava bene in nessun ambiente troppo ristretto e dogmatico. Era uno spirito libero, controcorrente.

La sua vita fu complicata dall’inizio: a due anni perde la madre, la principessa Marija, a 9 il padre, il conte Nikolaj, lui e i fratelli verranno educati da una lontana parente; lascia gli studi, inizia a scrivere, parte per combattere, poi lascia la vita militare sulla scia di una nuova idea a cui aspira, la fondazione di una nuova religione di Cristo ma senza la fede, il mistero, l’apparato ecclesiastico, solo come dialogo diretto tra l’uomo e Dio. Lavorerà alla traduzione e commento dei vangeli, eliminando tutti i miracoli e ogni elemento soprannaturale, essendo un libro uscito dal popolo e per il popolo: per questo fu scomunicato e quindi ebbe contro sia la chiesa ortodossa che l’apparato statale zarista, ma la sua posizione di forza e prestigio non vacillò mai.

In realtà si sentiva isolato e deluso in qualsiasi ambiente, in quello politico, in quello letterario, con un costante e radicale atteggiamento antidogmatico e anti intellettualistico. Ha sempre amato la vita in mezzo alla natura, alle sue terre, si occupò delle scuole per i figli dei contadini, fu anche giudice di pace, un’attività che dovette lasciare per l’indignazione che il suo impegno per migliorare le condizioni dei contadini suscitò tra i nobili.

Operare sempre verso il bene, combattere il male e la menzogna, ricercare la verità e l’autenticità, predicare la non violenza come forma di resistenza: queste le sue convinzioni e lo scopo di ogni sua lotta. Lo stesso Gandhi scrisse: “quello che più mi ha attratto nella vita di Tolstoj è il fatto che egli ha praticato quello che predicava e non ha considerato nessun prezzo troppo alto per la ricerca della verità. Fu l’uomo più veritiero della sua epoca. La sua vita fu una lotta costante, una serie ininterrotta di sforzi per cercare la verità e metterla in pratica. Fu il più grande apostolo della non violenza che l’epoca attuale abbia dato.”

La sua ricerca della verità, di seguire la sua sola volontà, lo portò a fuggire da casa e dalla moglie e a prendere il treno nell’intenzione di partire per il Caucaso, ma si ammalò gravemente e morì in una stazione di campagna ad Astopovo il 7 novembre 1910. I suoi funerali si trasformarono in una manifestazione nazionale a cui parteciparono decine di migliaia di persone giunte da tutto il Paese.

Nell’introduzione al bel saggio di Pietro Citati su Tolstoj, Federico Fellini scrive: “la vecchiaia gloriosa e angosciata, il decadimento, la morte. Tolstoj méta di pellegrinaggi nella sua residenza di Jasnaja Poljana. Cechov che prima di far visita al mitico personaggio si cambia e ricambia d’abito per trovare la maniera migliore di presentarglisi, di piacergli. E poi il grande ritratto dell’artista tiranno, geloso, possessivo, così della moglie Sonja come delle figlie, che la notte ricopiano in bella calligrafia le note che lo scrittore va appuntando, interminabilmente, durante il giorno, nei suoi Diari. E la vita inesistente, mortificata, di queste vestali devote, i loro patetici tentativi di fuga e di autonomia, la loro estenuata convivenza con il genio. A me sembra che le pagine dedicate al personaggio siano sempre le più belle. Tolstoj che cavalca a pelo nudo, che passa mesi interi a ubriacarsi di caccia, di vita fisica, che si gioca una sostanza nei Casinò occidentali, che si infiamma di pedagogia e apre la scuola ai contadini, amato, venerato, beatificato dai suoi allievi. Questa forza della natura mai soddisfatto, mai sereno, che rifiuta la città, la mondanità, la vita sociale nel nome della natura, dell’anima popolare, della ricerca di Dio. E infine il suo spegnersi inquieto, lontano da casa, in quella casetta di legno di Astapovo, con le dita che passano e ripassano sulla coperta, in un meccanico gesto scrittorio che fermi ancora i suoi pensieri, come tante volte hanno fatto sul foglio di carta.”